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Il sole di luglio picchiava forte sulle teste rasate di Riccetto, il Caciotta e il Lenzuolo, tre sagome scure che si muovevano come ombre inquiete tra i palazzoni di cemento armato che cingevano la periferia romana come una corona di spine. Non c’era un filo di vento, solo l’odore acre della polvere sollevata dai cantieri e il puzzo di marcio che saliva dai fossi dove l’acqua ristagnava, verde e densa come olio di motore. Camminavano con quel passo dondolante, tipico di chi non ha una meta ma possiede tutto il tempo del mondo, le mani affondate nelle tasche dei calzoni lisi e gli occhi svelti, pronti a cogliere il riflesso di un metallo o il movimento di una borsa lasciata incustodita. La giornata era cominciata male, con lo stomaco che brontolava e manco una cicca da spartirsi, così avevano deciso di spingersi oltre il solito giro, verso quelle zone dove le macchine erano più lucide e la gente camminava con la fretta di chi ha qualcosa da perdere. Riccetto, che tra i tre era quello con la lingua più lunga e il cuore più nero, sputò per terra e indicò un furgone parcheggiato all'angolo di una via polverosa, dove un povero diavolo stava scaricando casse di bibite sotto il sole cocente. Si scambiarono un’occhiata rapida, un codice muto fatto di sopracciglia alzate e labbra serrate, e si separarono con la naturalezza di un branco di lupi che circonda la preda. Il Caciotta, con la sua stazza pesante ma i piedi leggeri, andò a fare da palo all'angolo della strada, fischiettando una canzone sguaiata per coprire i rumori, mentre il Lenzuolo, magro che pareva un chiodo, si avvicinò al retro del furgone approfittando del momento in cui l'autista era entrato in un bar. Con un movimento fluido, quasi elegante nella sua brutalità, afferrò una cassetta di legno e se la caricò in spalla, sparendo dietro un muretto di cinta prima ancora che il portellone sbattesse. Riccetto lo seguì a ruota, ridendo sotto i baffi, e i tre si ritrovarono poco dopo in un prato arso dal sole, tra le carcasse di vecchie macchine arrugginite e l'erba alta che pungeva le gambe. Non c’erano soldi dentro, solo bottiglie di gassosa tiepida, ma per loro era come aver trovato l'oro di Roma; bevvero con avidità, sentendo le bollicine bruciare in gola e lo zucchero dare una finta energia ai muscoli stanchi. Ma la fame vera, quella che ti morde le viscere e non ti fa dormire la notte, non si placava con l'acqua dolce. Così, mentre l'ombra dei palazzi cominciava a allungarsi come dita scure sul terreno, decisero di tentare il colpo grosso alla fiera che avevano allestito vicino alla via Tiburtina. Lungo la strada, incrociarono facce note, altri ragazzi di vita con gli occhi segnati dalle occhiaie e la pelle bruciata dal sole, scambiandosi insulti che erano in realtà segni di fratellanza, in un dialetto stretto che masticava le parole e le sputava fuori come sassi. Arrivati alla fiera, tra le luci colorate che cominciavano ad accendersi e la musica assordante delle giostre, il Lenzuolo vide una signora elegante, con una borsa di cuoio che pendeva mollemente dalla spalla mentre guardava incantata il tiro a segno. Fu un attimo: Riccetto le passò accanto urtandola con finta sbadataggine, il Caciotta creò il diversivo urlando contro un venditore di zucchero filato e il Lenzuolo, con la precisione di un chirurgo, tagliò la cinghia con un pezzetto di vetro affilato. Corsero via tra la folla, sentendo le grida della donna farsi sempre più lontane, il cuore che batteva a mille contro le costole e l'adrenalina che scorreva calda come sangue. Si rifugiarono sotto un ponte della ferrovia, dove il rumore dei treni copriva ogni altro suono, e svuotarono la borsa: poche lire, uno specchietto rotto e un fazzoletto profumato che sapeva di un mondo che a loro era precluso. Si guardarono in faccia, sporchi di grasso e di polvere, e per un momento il silenzio cadde tra loro, un silenzio pesante che parlava di sogni infranti e di una giovinezza che si consumava tra i rifiuti. Non c'era gloria nelle loro gesta, solo la nuda necessità di esistere in una città che li voleva invisibili, un ciclo infinito di piccoli furti e grandi fughe sotto un cielo che restava indifferente alle loro miserie. Mentre la luna sorgeva pallida sopra i tetti di lamiera delle baracche, i tre ragazzi si sdraiarono sul cemento ancora caldo, fumando l'unica sigaretta rimasta e guardando le stelle che, da laggiù, sembravano solo altri piccoli punti di luce irraggiungibili, frammenti di un vetro rotto sparsi nel buio immenso della notte romana, consapevoli che l'indomani avrebbero dovuto ricominciare tutto da capo, con la stessa rabbia e la stessa disperata voglia di sentirsi vivi, anche solo per il tempo di una corsa o di un respiro rubato al destino.